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Crisi e Politiche Economiche

Quando le cose vanno male si rivaluta l’intervento pubblico in economia.

Perché non parlare di massimi sistemi? Forse non possiamo incidere direttamente, ma non possiamo fare finta di niente.

Tra le tante cose che sono successe in questi ultimi mesi, quella che, a livello collettivo mondiale, più ha angosciato e turbato, è stata la crisi economica che ha interessato i paesi più industrializzati. Certamente l’anno passato poteva chiudersi in modo peggiore, ma questo non può essere certo di consolazione e quanto accaduto deve essere motivo per riflettere seriamente su alcune diffuse convinzioni di politica economica e ricavare importanti conclusioni.

La prima di queste convinzioni riguarda, il cosiddetto dogma della onnipotenza del mercato. Non è affatto vero che il mercato, riprendendo Adam Smith, si corregge da solo: tutt’altro. In assenza di regole chiare e trasparenti e prima ancora di un suo governo, il mercato è portato a divorare uomini e cose; tanto è che in molti casi la spregiudicatezza di banchieri si è dimostrata  in palese contrasto con  il conseguimento del bene comune. 

Per certo il mercato, in Paesi come gli Stati Uniti, non ha tutelato gli interessi di chi ha perso il posto di lavoro; di chi ha assistito impotente all’evaporazione dei fondi pensione; di chi rischia di perdere la casa o di chi, come milioni di piccoli contribuenti, ha favorito, suo malgrado e con i propri soldi, il salvataggio delle banche. Mai prima di ora, come giustamente fatto rilevare da autorevoli economisti, tante persone avevano visto trasferito repentinamente ed involontariamente così tanto denaro a così poche persone.  

Dietro il pericolo incombente del crack dell’intero sistema economico, risorse in origine destinate al sostegno dei meno abbienti sono state indirizzate generosamente a banche commerciali e di affari, assicurazioni, industrie ecc. I contribuenti (più o meno onesti)* hanno visto il ricavato delle loro tassazioni -che avrebbe dovuto servire per erogare prestiti destinati alla ripresa economica – usati per pagare bonus e dividendi colossali, sproporzionati rispetto agli utili effettivamente conseguiti. 

Contrariamente alla opinione comune secondo cui nei Paesi più industrializzati lo Stato, tramite politiche assistenziali, trasferisce risorse dai ricchi ai poveri, in questo caso è successo che i meno abbienti e la classe media hanno assistito, impotenti, ad un traffico in senso opposto; ad uno spostamento dai loro averi a quello dei ricchi. La motivazione era soccorrere le banche, per consentire poi, cosa che non è avvenuta, il rilancio del credito e quindi far ripartire il motore economico. È successo invece che, semplicemente, il contribuente ha regalato soldi a quegli stessi istituti che per anni l’hanno spremuto, con prestiti a tassi esorbitanti, tassi di interesse altissimi sulle carte di credito e commissioni capestro.

Quelli che in passato, quando si trattava di finanziare i modesti programmi di assistenza sociale, predicavano ai quattro venti il rigore dei conti pubblici, la giustezza del mercato ed il sano liberismo economico, adesso, con una inversione di 180 gradi si appellano al buon senso Keynesiano, sollecitando un inusuale intervento statale a favore dei più malmessi istituti bancari. Questi innamorati delle virtù di “trasparenza” del libero mercato avevano creato sistemi finanziari talmente poco trasparenti che, tanto per fare un esempio, le stesse banche USA non riuscivano a raccapezzarsi neanche nel proprio bilancio.

Un corollario a questa conclusione riguarda il fatto per cui, per diversi motivi, i mercati, o meglio il mercato, non sempre funzionano come ci si attende. Infatti la presenza di società finanziare che , a detta loro,non potevano in alcun modo fallire (pena il crollo del sistema capitalistico) ha “forzato” le risposte e, nel momento della prova, per esse sono state create regole ad hoc, con una amara conclusione: se le loro scommesse si rivelavano vincenti, si prendevano i profitti; se si rivelavano, come poi si sono dimostrate, perdenti, il conto lo avrebbero pagato i contribuenti.

Un’altra lezione che la crisi ci ha impartito riguarda il fatto che le politiche economiche interventistiche, non sono poi da buttare. I paesi che hanno prontamente introdotto intelligenti programmi di intervento pubblico nell’economia stanno uscendo dalla crisi più in fretta; invece chi si è affidato ai vecchi insegnamenti liberisti stenta a riprendersi. Quando un’economia entra in recessione cresce il deficit, perché il gettito fiscale scende più in fretta della spesa; la teoria classica riteneva che ridurre il disavanzo – aumentando le tasse o tagliando le spese – fosse necessario per “ripristinare la fiducia”. In verità però queste politiche hanno quasi sempre condotto ad un perverso avvitamento della crisi inducendo ad una ancor più grave riduzione della domanda complessiva e conducendo l’economia verso una recessione marcata ed indebolendo, questo sì, la fiducia in modo ulteriore..

Porto S. Stefano  24 gennaio 2010

Mauro Schiano

*quello dell’onestà dei contribuenti è un tema da approfondimento ad hoc

2 thoughts to “Crisi e Politiche Economiche”

  1. Le teorie economiche di Smith si sono rilevate del tutto inadatte al sistema economico occidentale già dal 1929 perchè troppo legate ad un idea di sistema economico “perfetto” che non tiene in considerazione una variabile fondamentale: l’azione umana che è spesso solamente utilitaristica e non rivolta al bene comune e al funzionamento del sistema stesso. Credo che questo sistema economico sia sempre stato in bilico e tenuto in piedi da singoli provvedimenti, come l’adozione delle teorie keynesiane, che con il passare del tempo devono però essere modificate in base alle esigenze dettate dal momento. Siamo abbagliati dall’idea, dopo il fallimento dell’economia comunista, che solo questa realtà possa garantire il benessere della nostra società. E in verità non è proprio così. Anzi. Con il passare del tempo, così come la società, l’economia si trova a fare i conti con i rapidi cambiamenti e le sue regole diventano così inadatte alle circostanze. Non sarebbe allora il caso di guardare a nuovi modelli cercando di sfruttare teorie alternative come quella di John Nash dando maggiori garanzie ai singoli cittadini piuttosto che ad attori quali banche e imprese che in questo sistema sono mosse da finalità tuttaltro che simili a quelle del raggiungimento del bene comune?

  2. su molti aspetti mi trovo d’accordo…

    in generale penso che l’abbattimento delle barriere allo spostamento dei capitali finanziari e l’esasperata deregolamentazione del mercato sono state spacciate per le misure necessarie a raggiungere il modello di mercato ideale nel sistema capitalistico, ma in realtà tale deregolamentazione ha solamente reso il mercato più instabile, con masse ingenti di capitali finanziari che possono spostarsi da una parte all’altra del mondo in poco tempo, a seconda di dove si trovano le opportunità di speculazione più vantaggiose.

    prima di questa deregolamentazione sconsiderata il 90& delle transazioni economiche era rappresentato da investimenti per la produzione di beni e servizi e solo un 10% era rivolto alla speculazione (erano gli anni della golden age, con controlli al movimento di merci e capitali)…oggi la situazione non solo si è capovolta, ma è peggiorata, tanto che il 95% delle transazioni economiche ha carattere meramente speculativo!

    in sintesi, senza andare nello specifico delle misure da intraprendere, sarebbe senz’altro opportuno che si ritorni a regolare un minimo l’economia, almeno per impedire che la sussistenza della popolazione mondiale non continui a dipendere dalla magnanimità (scarsa, se non inesistente) della finanza internazionale.

    la stessa unione monetaria europea andrebbe rivista, ma siccome sono già stato troppo poco conciso mi fermo qua!

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