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Pillole giuridiche: le leggi sulla Tv

Questo articolo, consapevole della difficoltà e rilevanza del tema, cercherà di evidenziare i passaggi legislativi fondamentali che hanno portato alla situazione odierna del sistema radiotelevisivo. La ricostruzione temporale che viene fornita è stata sancita prima dal Consiglio di Stato (giudice e organo amministrativo di vertice dello Stato) e confermata dalla Corte di Giustizia Europea.
Una ricostruzione particolareggiata richiederebbe molte pagine, quindi per semplificare indicherò solo l’anno di ogni intervento legislativo e il suo tratto distintivo nell’ordinamento.

1975. Prima legge di sistema per la Tv. La trasmissione di livello nazionale è consentita solo al servizio pubblico perché è l’unico, nei fatti, a garantire la genuinità dei contenuti.

1985. Intervento che consente alle televisioni locali possedute da Berlusconi di tornare a trasmettere (il decreto si chiama proprio “Berlusconi”). Cosa era successo? Berlusconi acquista varie Tv locali e le fa trasmettere simultaneamente. Le procure bloccano tutto perché contro la legge del 1975. La nuova legge consente le trasmissioni per permettere il superamento del monopolio pubblico, così come vuole l’Europa.

1989. Le pressioni europee infatti c’erano, e trovano finale delineazione con la direttiva “Televisione senza frontiere”. Si richiama l’Italia ad un intervento risolutivo della situazione venuta a crearsi.

1990. Seconda legge di sistema per la Tv (Mammì). Si fotografa la situazione che si è creata, la quale diventa perfettamente legale: duopolio televisivo.
Sorgono problemi: le frequenze per trasmettere, come ogni bene pubblico, hanno bisogno di una concessione per essere sfruttate. Nessuna gara è stata mai bandita.
1994. La Corte Costituzionale boccia la legge del 1990 perché consente una eccessiva concentrazione di potere mediatico. Intanto le Tv private trasmettono sempre secondo la previsione di legge, ma senza le concessioni.
1995. La questione si risolve con una legge che rinvia tutto ad una nuova legge che istituisca un apposito organo di controllo.

1997. Viene istituita L’Agcom, autorità garante, e vengono fissati nuovi tetti da rispettare riguardo la concentrazione di potere mediatico. Intanto però consente alle Tv attuali di continuare a trasmettere senza concessioni, in vista di un futuro passaggio ad altre piattaforme delle reti eccedenti. I poteri attribuiti all’autorità non verranno mai incisivamente usati perché essa stessa è controllata dai partiti, tuttavia nel 1998 l’autorità finalmente fissa le norme per le concessioni delle frequenze. Le norme ci sono, ma non viene fissato il termine entro cui devono essere applicate.

2001. Una legge consente a chi trasmette legittimamente in analogico (per legge, anche senza concessioni) di poter sperimentare la tecnica di trasmissione digitale terrestre.

2002. La Corte Costituzionale interviene rispetto la legge del 1997. La Corte fissa il termine entro il quale le quote di Tv eccedenti i tetti di potere mediatico debbano passare ad altra piattaforma. Il termine è il 31 dicembre 2003.

2003, 24 dicembre. Un decreto legge consente la prosecuzione delle trasmissioni, sempre senza concessione “fino alla conclusione di un esame dello sviluppo delle reti televisive digitali”.

2004. Terza legge di sistema (Gasparri). Converte in legge il decreto del 2003. Prevede un innalzamento generale dei tetti di potere mediatico attraverso l’istituzione del SIC (Sistema Integrato delle Comunicazioni). In pratica, affermando che ormai tutte le piattaforme tecnologiche sono tra loro legate, i tetti non vanno calcolati più solo sulla Tv ma su tutti i mercati audiovisivi (cinema, stampa etc.). Prevede inoltre la prosecuzione della sperimentazione del digitale terrestre per chi già trasmette in analogico, in vista del rilascio delle concessioni per la trasmissione in digitale. Nessuna concessione è stata mai data finora, né per la trasmissione analogica né per la digitale.

Gli interventi legislativi si fermano qui. Fino ai giorni nostri ci sarà l’attività dell’autorità garante al fine di preparare ed attuare il passaggio al digitale terrestre.

5 thoughts to “Pillole giuridiche: le leggi sulla Tv”

  1. Sono l’autore.
    Mi rendo conto che alcuni passaggi possano risultare un pò confusi. Sentitevi liberi di fare ogni osservazione o domanda utile alla comprensione di questo problema tutto italiano.

  2. Il sistema radio televisivo nasce in Italia nel 1954 con un unico canale pubblico che aveva lo scopo di informare, educare e divertire (triade reithiana). Educare è la parola chiave che contraddistingue la così detta paleotelevisione, interamente pubblica e attenta ad attuare una strategia di produzione mediale ultra pedagogica. Anche con l’avvento del Secondo Programma (rai 2) nel 1961, la filosofia rimane la stessa. La polemica politica arriva negli anni 70 quando la riforma televisiva del ’75 stabilisce il passaggio del controllo del sistema pubblico dal governo al parlamento (non è più il governo a scegliere le nomine dei vertici in Rai), l’introduzione di un terzo canale che entrerà in servizio nel ’79 (e che di fatto vede la distribuzione delle testate giornalistiche in mano ai 3 grandi partiti, testate che ottengono l’indipendenza dalla direzione di rete) e ribadisce il monopolio del servizio pubblico. Nasce di fatto il dibattito sulla liceità dell’informazione privata in quanto i tre principi dell’informazione stabiliti dalla legge sono che essa debba essere libera, completa e imparziale. Nel ’76 la corte costituzionale stabilisce la possibilità alle tv private di trasmettere in frequenze locali. (continua…)

  3. Non continua?

    Vorrei solo puntualizzare il problema: possibile che con tutti questi interventi legislativi il sistema radiotelevisivo sia ancora così squilibrato?
    Le principali aziende coinvolte nel mercato sono 3: Mediaset, Rai e Telecom. Con il digitale terrestre il discorso non cambia, come dimostra il comunicato stampa dell’Agcom del 08042009 dove su 21 reti nazionali sicure se ne riservano in concreto solo 2 a nuovi competitori.

    Inoltre è opinione pacifica che la proprietà incide sulla qualità della informazione. Lo vediamo tutti i giorni noi stessi, dovunque.

  4. Voglio ripartire da una considerazione importante riprendendo quella che era l’iniziale prerogativa del sistema televisivo. Dopo l’esperienza dei governi autoritari in europa che utilizzarono i mezzi di comunicazione per finalità politiche, la preoccupazione degli stati usciti dal 2° conflitto mondiale era quello di garantire un’informazione che non fosse in mano a qualcuno, libera e imparziale, oltre che pedagogica, affidandolo al servizio pubblico. Questa convinzione di controllo sul servizio di informazione sia radiofonica che televisiva da parte del governo non ha più motivo di essere con il passare degli anni e rischia anzi di diventare un deterrente per la libertà di espressione limitando la pluralità dell’informazione. Per questo alla fine degli anni 70 c’è stata una particolare discussione politica tra quelli che possiamo definire conservatori e che vedevano in modo sospetto la liberalizzazione delle frequenze e i “liberali” che si avvalevano del principio di pluralità dell’informazione per creare una alternativa di sistema radio-televisivo a quello del monopolio pubblico esistente. (Dobbiamo ricordare che la legge non riguarda solo le televisioni ma anche le radio e oggi anche i nuovi media). La rivendicazione della pluralità sarebbe stata del tutto legittima se non fosse stato per la creazione di un oligopolio del sistema televisivo soprattutto attraverso la legge Mammì che di fatto permetteva a poche emittenti, quelle che coprivano con le frequenze l’intero territorio nazionale, di contrastare il monopolio Rai nel mercato televisivo italiano. E quelle poche emittenti erano in mano di una sola persona che le aveva ottenute grazie a dei favori dell’allora Primo ministro Craxi. Senza la copertura nazionale, infatti, difficilmente Fininvest avrebbe potuto competere con il colosso pubblico, basta guardare alla fine che ha fatto la 5 in Francia (tv di proprietà di Berlusconi) che nata nel 1986 ha chiuso i battenti nel 1992 proprio perchè non riuscendo a coprire con le frequenze l’intero territorio nazionale non aveva la possibilità di ottenere quella percentuale di audience per sopravvivere, essendo nonostante il 3° canale televisivo francese con il 13% di share.
    La Mammì quindi rappresenta un vizio giuridico che non risolve il problema di pluralità ma anzi consolida uno stato di duopolio dell’informazione. (continua…)

  5. Esatto.
    Quello che vorrei si notasse è la concatenazione degli interventi.
    Mi permetto alcune consideraioni:
    La prima. In 20 anni si sono susseguiti numerosi interventi. Questo vuol dire essenzialmente due cose: il problema esiste, e sopratutto non è ancora stato risolto.
    La seconda considerazione segue la prima. Perchè non si è risolto? Anche qui le opzioni sono due: o non si è stati in grado o non si è voluto.

    Si possono fare molte analisi, ma la realtà a mio avviso resta una. O non siamo capaci a risolvere il problema (meno probabile) o i “piani alti” sostengono una impostazione legislativa a dir poco squilibrata. Il famoso “conflitto di interessi” non può essere negato. E sopratutto non può essere negata la sua influenza!

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