| 27 Maggio 2010
La domanda che ci siamo posti nel titolo sembra tratta da una delle tante puntate di Voyager in cui il conduttore, il grande Giacobbo, riesce nell'impresa di fare un discorso che comprende: gli alieni, i cerchi nel grano, Atlantide, Stonehenge.
Invece no.
Lucio Domizio Enobarbo, questo era il suo vero nome. Fu l'ultimo esponente di una famiglia soprannominata Enobarbo per via delle barbe che, si dice, avessero il colore del bronzo.
Era una famiglia molto potente nella Roma antica, un potere che esercitò grazie alla professione dei suoi membri, quella di banchieri, o per dirla in latino di Argentarii. (E infatti il nome del comune in cui viviamo deriva proprio da questo fatto).
Ieri come oggi i banchieri investivano i propri guadagni sui beni immobili. Gli Enobarbi comprarono svariati territori intorno a Roma, nella nostra zona e in Abruzzo, mentre nella capitale la loro residenza era accanto alla Basilica di Costantino.
Poterono espandersi facilmente grazie alla liquidità pressochè illimitata di cui disponevano, e grazie alla vittoria romana nella I guerra punica che aveva aumentato i terreni di cui potersi impadronire.
Inutile dire che il possesso di una banca e di una quantità sterminata di terre spianò loro la strada verso la carriera politica.
Se oggi il potere di un singolo politico viene misurato in base all'influenza che questo esercita nelle banche, nella Roma antica i possedimenti terrieri erano il miglior metro di paragone.
Questo perchè l'aspirante politico era in grado di assodare a suo servizio mercenari per creare subbuglio, e di corrompere la cosiddetta aristocrazia senatoria, la quale vedendo soddisfatte le proprie richieste, favoriva l'ascesa di chi le aveva esaudite. In parole povere: prima s'imponeva il caos, poi il nuovo ordine imposto naturalmente dall'alto come tutti gli altri.
Le fonti che ci parlano dei discendenti di Nerone non ci tramandano un'immagine della famiglia molto positiva: Svetonio ci racconta che da supporters di Cesare divennero avversari durante la guerra civile, per poi farsi perdonare una volta calmate le acque.
Eppure furono ritratti nell'Ara Pacis: come a dire che non furono degli illuminati, ma contavano.
Venendo al dunque, solo Nerone rimase negli annali, e a quanto scrive Raffaele Del Rosso (Pesche e peschiere antiche e moderne nell'Etruria marittima), trascorse gran parte dell'infanzia nella villa Domizia (oggi di proprietà di quello che resta della famiglia Agnelli) dove Seneca, suo educatore, gli concedeva qualche pausa durante lo studio, che il futuro imperatore impiegava dando la caccia ai cefali e alle spigole della peschiera.
Oggi di questa peschiera non rimane che qualche rovina del perimetro che vediamo ancora oggi quando passiamo dalla statale: quel braccio che riusciamo a scorgere molti dicono che sia la rovina di un molo, invece è quel che resta della peschiera.
La villa non a caso porta il nome di “Domitiana positio” e può essere messa in correlazione con altre due residenze che sempre agli Ebobarbi appartenevano: le ville del Giglio e di Giannutri.
La differenza principale è che a S.Liberata oltre alla peschiera di Nerone, c'era un vero e proprio smercio del pesce. Infatti non è una coincidenza che dinanzi al mare siano ancora visibili gli horrea, ossia i magazzini in cui si riponevano le merci in attesa di partire (anche) per le altre due ville.

[Nella foto, tratta da rionefortezza.com, oltre ai vogatori vediamo sullo sfondo le rovine dei magazzini]
Quanto abbiamo affermato su Nerone non ha una dimostrazione tangibile che possiamo sbattere sotto gli occhi di tutti, ma solo tantissime testimonianze scritte vecchie e recenti: da Svetonio a Del Rosso, dallo stesso Seneca sino a Carlsen.
In fondo è lo stesso anche per l'incendio di Roma che molti storici non attribuiscono più a Nerone, che invece a quanto pare, si prodigò non poco per assicurare i soccorsi alla popolazione.
Roba da matti, forse è meglio chiuderci nel nostro fortino dentro il quale immaginiamo un vulcanico imperatore che tra un 'mancalicani' e un 'oh te' trovi il tempo di incazzarsi, di dare fuoco a Roma e dire “sai che c'è...ma n'dativelo a pijà nder ….”
Chiudiamo quindi con la risposta alla domanda del titolo: Nerone quindi è Santostefanese? No, ma solo perchè crediamo che nello Scoglio del I secolo d.C. non vi abitasse che qualche sventurato pescatore.
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